
Iniziammo a pensare che il compagno Mirtillo si fosse fumato l'impossibile, finché non suonò il campanello ed uscì fuori un tipo di colore in abito da giardiniere, occhiali rotondi, faccia rotonda, sembrava un cartone animato giapponese negro.
"Il padrone non potrà essere qui stasera, ma vi ha prenotato un albergo per la notte!"
Gillette iniziò a dire che il fatto di essere ospitato gratis da uno che non conosceva lo offendeva, per convincerlo fummo costretti a spiegargli che se il tipo ci aveva invitati era proprio perché non ci conosceva, soprattutto lui, altrimenti avrebbe mobilitato la gendarmeria francese.
La spiegazione lo convinse e ce ne andammo a visitare il castello.
Si rivelò abitato solo da una misteriosa bambina, la terribile
Anastasia
,
figlia unica del padrone e, di fatto, sovrana assoluta dell'elegante dimora.
Regnava su cose, persone e animali rinchiusi tra quelle mura, su di essi esercitava diritto di vita o di morte e ogni cellula del suo organismo emanava sadismo allo stato puro. Per fare amicizia con noi sollevò un gatto per la coda, lo tenne un po' in aria e, quando iniziò a soffiare, lo buttò addosso al malcapitato Joco, dicendogli: "Prendilo!", ed incazzandosi perché l'aveva mancato.
Fuggito il gatto iniziò a tirare le orecchie ad un cane e mettergli le dita negli occhi, chiedendoci se era più divertente impiccarlo in cima al cancello, farlo girare sulla ruota del tornio o conficcargli delle corna nel cranio. Purtroppo, prima che facessimo in tempo a rispondere al sondaggio, il cane si era già dileguato, del gatto non c'era più traccia, così la sua attenzione si rivolse verso di noi.
Per nostra fortuna si limitò a farci un bellissimo
disegno


che ovviamente ci costrinse a mimare. Per fortuna la scena pietosa richiamò l'attenzione dell'anziana nonna, che sussurrò alla bambina qualche parola del tipo: "Smettila di rompere i coglioni a questi poveri handicappati!" ed il supplizio trovò fine.
Ci potemmo così recare alla nostra residenza notturna, che si rivelò essere un enorme bowling all'americana stile The Big Lebowsky, con camera con vista su un ampio parcheggio alias indecoroso teatro di orge collettive da parte dei giovani francesi.
Ci dissociammo schifati da questo turpe comportamento e, in religioso silenzio, ce ne andammo a dormire.

Ringraziammo il compagno Mirtillo per il suo fiuto e facemmo per andare alla macchina, quand'egli, spinto da un moto d'orgoglio, ci disse: "No! Adesso che siamo qua vi porto a vedere le onde dell'Atlantico!".
La costa di San Sebastian formava un golfo stupendo, una larghissima insenatura circondata da una enorme spiaggia sabbiosa, nella quale la temibile, pericolosissima, terrificante acqua della costa nord spagnola sonnecchiava limpida e piatta come in un lago stagnante, con tanto di bambini beatamente adagiati sul materassino e squallide famigliole sdraio-ombrellone-paletta-secchiello sparpagliate qua e là ad addobbare il casareccio paesaggio. Tipico ambiente da sport estremo.
Il compagno Mirtillo iniziò a sparare un po' di bestemmie rivolte al dio del mare nel vano tentativo di farlo inkazzare, ma anche dopo avere constatato che tale dio risultava drammaticamente sordo, non si perse d'animo e sentenziò: "Uhm... forse questa non è la zona SURF!".

Facemmo rotta verso la ridente località montana, percorrendo una strada completamente immersa nel verde.
Il paesaggio intorno a noi era letteralmente fantastico, ad ogni tornante la strada sembrava tracciare nuove colline sull'orizzonte, come un artista perennemente insoddisfatto cambiava continuamente forme, profili, colori. Ci sentivamo circondati da un'enorme piantagione di marijuana.
Finché all'improvviso non entrammo nel paesino e ci trovammo a tu per tu con l'albergo, il famigerato UNA STELLA.
L'edificio era incredibile quanto il paesaggio circostante, sembrava un incrocio tra una locanda sudamericana, un bordello spaghetti western e la casa della famiglia Addams.
Ci accolse una vecchia arzilla ed energica, gentile ma con un'inconfondibile aria da Gestapo. Parlava uno spagnolo velocissimo e dimostrava segni di squilibrio ogni volta che lasciavamo trapelare segni di mancata comprensione verbale, così ogni tanto le dicevamo di sì in segno di venerazione e lei sembrava gradire parecchio, probabilmente perché stavamo rispondendo in senso affermativo alla domanda: "Volete sacrificare i vostri organi per la causa del popolo basco?".
In ogni caso le uniche cose che eravamo riusciti a capire erano che non si poteva tornare in albergo dopo l'una e che ci stava dando le stanze più schifose perché non ci fermavamo a mangiare: presso i popoli baschi questo è segno di sommo ed inequivocabile disprezzo.
Nei corridoi il legno del parquet emetteva ad ogni passo onde armoniche dal timbro sinistro ed inquietante, così come il vecchio pavimento del centro sociale Gabrio di Torino, poi crollato. Le camere invece assomigliavano a quadri astratti dai quali era stato volutamente eliminato il concetto di parallelismo e di angolo retto: il pavimento era in discesa, il soffitto in salita, i muri erano decisamente curvi, ma il vero fiore all'occhiello era il cesso, nel quale, sfidando ogni legge della fisica, l'acqua ristagnava fino ai bordi facendolo assomigliare ad un'enorme tazza di caffelatte.
Solo alla sera e a fatti compiuti ci accorgemmo che era impossibile tirare l'acqua, in quanto nell'impianto idraulico non c'era acqua; ma noi accogliemmo il fatto con animo sereno e ce ne andammo a dormire, pronti per il nostro primo bagno nell'atlantico.
La posizione della città era incantevole quanto orrenda era la sua periferia. Una fitta, coloratissima vegetazione ricopriva le colline circostanti, arrivando a lambire le ultime case nel vano tentantivo di nascondere il loro orrore, parallelepipedi di cemento disposti in ordine sparso lungo i ripidi pendii circondavano la città come una muraglia cinese, enorme cintura di castità che preservava la vista nonché l'integrità morale di un centro storico un po' decadente ma ancora molto suggestivo.
Da ogni casa pendevano bandiere con lo stemma dell'EUSKAL (Paesi Baschi in Basco) inneggianti alla rivoluzione e alla guerra civile; il fatto ci rese felici, non avevamo mai visto una guerra civile né una rivoluzione e stavolta ci saremmo trovati giusto in mezzo. Ragazzi fortunati.
Girammo la città in lungo e in largo,
stadio compreso
,
finché non ci trovammo a tu per tu con
un museo che rappresentava la costruzione peggiore vista finora
,
un enorme cubo di cemento con un tetto di lamiera deformata, quanto di più orribile la mente umana avesse mai potuto concepire. Gillette commentò: "Che spreco di lamiera, ma non potrebbero farlo più piccolo? Che schifo il consumismo..."
Sono cose che fanno pensare...
Mentre eravamo in città il tempo era già cambiato due o tre volte; in quel momento aveva appena smesso di piovere ed era sbucato il sole, così Mirtillo propose di andare a fare un salto al mare nella vicina Mundaca, un paesino che, ci aveva assicurato, vantava l'onda più alta d'Europa.
Era il mare più piatto che avessimo visto mai, sembrava quasi cristallizzato. E fu così noi ricominciammo a prendere per il culo Mirtillo, Mirtillo ricominciò a bestemmiare contro il dio del mare, il dio del mare scazzato telefonò al dio del cielo e il dio del cielo scazzato decise che si era rotto le palle di noi, del nostro mare e del nostro surf. E il risultato fu che ricominciò a piovere.
Mirtillo commentò: "vi ammazzo tutti" e invertì la rotta verso casa.
Gillette rimase a lungo in silenzio a meditare sulle ultime parole di Mirtillo, finché non gli fece notare che se ci avesse ammazzati tutti poi avrebbe dovuto pagare da solo il conto dell'albergo.
"Manderò il conto ai vostri genitori - rispose Mirtillo - se vogliono i cadaveri devono pagare!"
"Uhm... non so i tuoi - mormorò Gillette - ma i miei piuttosto di pagare se li vanno a prendere freschi da un'altra parte... ma sai quanto costa pagare il viaggio a dei cadaveri? Mica li puoi sedere su un treno così come se niente fosse, e poi telefonare a qualcuno che li venga a prendere all'arrivo..."
Solo allora Gillette si accorse che nessuno lo stava ascoltando, così si girò con aria sognante verso il mare, sospirò, e disse: "Sapete cos'è che fa schifo del mare? È che è tutto bagnato!"
Facemmo che andare a dormire.

Camminando per le pittoresche strade che percorrevano la parte vecchia, notammo che la densità media per metro quadro di bandiere, striscioni e murales in ogni edificio aveva raggiunto percentuali vicine al novanta per cento, era il primo paese in cui
la bandiera dell'Eta sventolava anche dal balcone del municipio
,
mentre sulla montagna di fronte
una scritta sulla roccia
inneggiava al ritorno in patria dei terroristi baschi detenuti a Madrid. Capimmo che la rivoluzione sarebbe iniziata da quel paese entro l'indomani mattina, e che noi saremmo stati presi come ostaggi; la cosa poteva anche essere emozionante, ma purtroppo, come ricordava Gillette, i nostri genitori non avrebbero mai pagato per avere i nostri cadaveri, e questo avrebbe offeso l'ospitalità di quel popolo ai noi amico.
Fu per questo motivo che salutammo l'allegro paesino e facemmo rotta verso Zarautz.
Posati i bagagli nell'appartamento, salutammo la padrona di casa che ci disse che, siccome arrivavamo noi, lei se ne andava. Gillette guardò i suoi goldoni con aria malinconica, sospirò, e ce ne andammo a fanculo in spiaggia.

Come ogni mattino, appena arrivati al mare iniziò a piovere. Questa volta decidemmo di passare il giorno in spiaggia per vedere fin quando la pioggia avrebbe resistito.
La spiaggia era completamente tappezzata di fighe, e la memoria dei suoi goldoni che lo attendevano inutilizzati tormentava continuamente Gillette, che sprofondava in attimi di misticismo durante i quali ripensava alla sua vita da informatico, arrivando a formulare il teorema che sarebbe diventato l'inno delle nostre vacanze: se una ragazza fa informatica non va in spiaggia, se una ragazza va in spiaggia non fa informatica.
Tra le tante che affollavano la spiaggia, notai una bionda che si era fermata vicino a noi e stava fissando il mare vicino al suo tipo; indossava un mantello fucsia trasparente e fosforescente e delle assurde ciabatte da mare alte venti centimetri. Gillette rimase un po' ad osservarla incuriosito, poi mi disse che secondo lui era un prodotto di sintesi realizzato in base ad un questionario distribuito a duecento militari, Mirtillo annuì e rimase a contemplarla pensieroso, finché anche Joco non emerse dalle acque e non si unì alla nostra disquisizione filosofica. A quel punto la scanzonata coppietta si alzò e si diresse verso di noi.
"Ecco - pensai - questi sono italiani, ci hanno sentito, e adesso ci caricano di mazzate!"
"Ciao!" disse il tipo a Joco.
Joco rimase un po' a fissare nel vuoto inebetito, emise qualche monosillabo non terrestre, finché, dopo attenta analisi, non si rese conto di essere al cospetto di un suo vecchio compagno del liceo, anche lui finito chissà come in quel remoto angolo del pianeta.
Superato l'iniziale momento di imbarazzo, Joco lo convinse a fare surf, così, insieme a Mirtillo, noleggiarono una tavola e si tuffarono in acqua. Iniziò la tragedia.

Dopo pochi minuti dalla loro discesa in acqua avevano già rasentato da molto vicino i confini del pianeta handicap, ma
quando arrivò il compagno Gillette a dargli manforte
con un bodyboard giallo fosforescente (modello che in quella spiaggia usavano i bambini dagli zero ai tre anni), riuscirono a realizzare delle scene così pietose che ancora oggi sono nostalgicamente ricordati in tutte le più belle barzellette locali.
Più tardi ce ne andammo a mangiare una paella sul lungomare, e i due ci invitarono a fare un salto da loro a San Sebastian, il paese dove c'era una casa per tutti tranne che per noi.
Declinare un tale invito ci sarebbe parso tremendamente scortese, così dicemmo tranquillamente loro che saremmo andati, e poi, come da tradizione, gli tirammo clamorosamente pacco.

Passammo la giornata lietamente assorti nella contemplazione mistica dell'architettura locale, come sempre riccamente addobbata da striscioni e manifesti inneggianti alla guerra civile.
Tutto ciò non poteva che ispirare le disquisizioni politiche di Gillette.
Una volta impostata l'equazione bene=sinistra e male=destra, e aver ribadito che ogni organo politico (Rifondazione compresa) in quanto tale è di destra, il compagno Gillette iniziò ad argomentare come la proprietà privata fosse un furto e come i mezzi di produzione dovessero andare allo stato, allo scopo preciso di produrre di meno.
Occorreva evitare ogni tipo di ottimizzazione, perciò ogni modello economico che comportasse produttività era un male sociale, così come il lavorare in vista un guadagno. L'orario lavorativo si sarebbe dovuto ridurre per legge a 4 ore al giorno per tutti, ma non nel senso che si sarebbe lavorato tutti 4 ore, uno poteva lavorare quante ore voleva, ma comunque gliene sarebbero state pagate 4.

La libera concorrenza era ovviamente il nemico pubblico numero uno, ma l'apoteosi dello schifo, il vero ideale di destra, ciò che veramente andava combattuto se necessario anche con le armi, era il raggiungimento della pace sociale.
Per questo iniziò a tessere un elogio della lotta armata e del terrorismo, delle Brigate Rosse in particolare, contrapponendo all'ideale fascista della pace sociale l'ideale di sinistra: il barbone, un eroe perché non guadagna nulla, ma quello che ha l'ha fottuto agli altri.
Sentire parlare Gillette era veramente un piacere, ci ritrovavamo tutti concordi in quello che diceva, d'altronde fare un cazzo tutto il giorno era già il nostro stile di vita... fu allora che sentimmo vicina la nostra conversione ai veri ideali di sinistra, e ci riproponemmo di sostenere anche noi il Partito delle Brigate Rosse, se mai si fossero candidate.

E così, ci facemmo a piedi l'intero golfo e, dopo tre quarti d'ora di cammino sotto il sole (quando non ci doveva essere c'era sempre!), arrivammo finalmente nel centro di quel cazzo di paese, letteralmente inghiottiti dalla folla.
Era molto caratteristico, ma la densità per metro quadro della gente in strada era pari a quella contenuta in un normale pullman cittadino nell'ora di punta, solo che qua ballavano e cantavano felici, mentre nei normali pullman cittadini urlano e bestemmiano inkazzati: questione di carattere.
Per visitare bene la città decidemmo di aspettare la sera, presumendo che un po' di gente se ne sarebbe andata a fare in culo, e così ci fiondammo nel primo locale e consumammo una deliziosa cenetta a lume di candela, mentre il compagno Mirtillo contemplava la foto di un murales inneggiante alla rivolta armata e Gillette ci parlava della vera sinistra e delle mitiche Brigate Rosse.
Usciti fuori dal locale ci accorgemmo che la gente in strada era raddoppiata, con la differenza che prima trattavasi di membri di entrambi i generi maschile e femminile, mentre adesso trattavasi di mare di figa.
Mentre io e Mirtillo guardavamo lo spettacolo allucinati, Joco disse: "Dov'è Gillette?" Una rapida occhiata alle nostre spalle ci rese partecipi del fatto che il compagno Gillette era misteriosamente sparito; Joco propose di andare a cercarlo, gli rispondemmo che era stato il primo dei nostri pensieri e ci tuffammo nel mare di figa.
Era davvero l'ottava meraviglia del mondo, tutte le strade sboccavano di ogni ben di Dio, dovunque birra, vino, gente che ballava, concerti in ogni piazza, figa che attizzava il cazzo a palla, e in tutto questo stupendo panorama noi tre passeggiavamo tranquilli dandoci la manina e cercando Gillette. Gioventù bruciata.
Fu solo dopo un po' che ci rendemmo conto che Mirtillo aveva le chiavi della macchina ed io avevo le chiavi di casa, per cui di Gillette ce ne potevamo altamente sbattere i coglioni. Così, visto che nelle strade del centro la percentuale di figa aveva raggiunto quote vicine al 99 per cento, decidemmo di andarcene e di salire in cima alla collina per vedere il castello.
Passata una mezz'ora di arrampicata massacrante, su strade prive di qualunque forma anche primordiale di illuminazione, arrivammo in cima alla collina e trovammo il portone drammaticamente chiuso.
Non potemmo fare che scendere e, nostro malgrado, rituffarci nel mare di figa.
Si erano fatte le tre e mezza, iniziammo ad essere un po' stufi di vedere tanta figa dappertutto, così uscimmo nuovamente dal centro, per puro caso incrociammo Gillette, che ci salutò come se niente fosse, e tornammo alla macchina.
Lungo la strada quattro tipe bellissime, mezze svestite e completamente ubriache ci salutarono. La cosa ci lasciò indifferenti, così tirammo dritto e ce ne andammo a casa.
Passammo un po' di tempo a chiederci che cazzo avesse combinato il compagno Gillette durante la lunga assenza, finché non ricominciò a lamentarsi che gli scadevano i goldoni.
Il compagno non aveva trombato. E l'indomani il mondo sarebbe finito. Che sfiga.

Ci svegliammo di buon mattino (mezzogiorno) apposta per vedere l'eclisse, e, affacciati al balcone, vedemmo che non si vedeva assolutamente niente, perché ovviamente il cielo era nuvoloso; fu così ce ne tornammo beatamente a dormire.
Al nostro pigro risveglio, la fioca luce del mattino ci accolse con una nuova inquietante scoperta: dopo le tante esperienze, avventure e leggendarie imprese che avevano caratterizzato quelle fantastiche vacanze, le nostre risorse morali, filosofiche, umane, ma soprattutto finanziarie stavano tristemente per volgere al termine, anzi, l'avevano praticamente raggiunto. In parole povere, se l'eclisse non aveva fatto finire il mondo, in compenso aveva fatto finire i nostri soldi.
Qualcuno propose di scappare senza pagare l'appartamento. Il piano era praticamente perfetto, tranne per un particolare: avevamo già anticipato il contante.
Così fummo costretti ad escogitare alternative semplici ma collaudate, come lavare i piatti in qualche locale sul lungomare, rapinare qualche negozio di paella, vendere il culo, oppure... andare a fare il Bancomat.
Inserita la mia fedele tesserina compagna di tante avventure nell'apposita feritoia, digitai il mio codice, l'importo da prelevare, rimasi immobile per un po' a fissare la scritta Attendere Prego, e alla fine mi vidi sputare un pezzo di carta, con scritto: Operazione Annullata.
Ripetei l'operazione una seconda volta, con lo stesso risultato.
Pensando che fosse colpa della mia tessera, feci provare il compagno Gillette. Digitò il suo codice, che stranamente aveva una cifra in più del mio, e si vide comparire la scritta: "Operazione non autorizzata"
Decidemmo di cambiare banca e ci recammo nello sportello a fianco.
Gillette inserì nuovamente il suo bancomat nell'apposita feritoia, scrisse il suo codice, digitò l'importo e, come per magia, gli vennero fuori i soldi.
Reso ottimista da questo lieto evento, decisi di provare anch'io l'esperimento: inserimento, codice, importo, pezzo di carta sputato fuori, niente soldi, scritta sul monitor: TARJETA RETENIDA.
Ovvero: lo sportello si era ciulato la mia tessera.
E tutto questo nell'unico giorno in cui c'era il sole.
Per fortuna la banca era aperta, così entrai dentro e iniziai a sparare bestemmie alla cassiera, una tipa un po' svampita, dall'aria di chi cazzo me lo fa fare di lavorare ad Agosto, che iniziò a spiegarmi che in Spagna funzionavano solo i bancomat con il codice a quattro cifre. "Ma il mio HA quattro cifre e non funziona, mentre quello di Gillette, il mio amico fuori, quello lungo, ne ha cinque e funziona!" I cassieri iniziarono a sparare un po' di supercazzole in varie lingue, finché uno di loro mi disse di provare in un'altra banca, mi diede indietro la tessera e mi indicò gentilmente la porta.
E così, altra banca altro regalo, tessera ciulata un'altra volta, stesse supercazzole da parte dei commessi, finché non mandai tutti cortesemente a fare in culo, cambiai cento carte italiane che mi ero portato dietro (tra l'altro rimettendocene circa dieci) e mi svaccai in spiaggia, appena in tempo per vedere un fitto manto di nuvole ricoprire il cielo.
Vista la pioggia a dirotto, passammo la serata a scrivere cartoline, tra disegni di bandiere basche che uscivano da cessi e altre amenità varie che provocarono le ire del compagno Mirtillo, in quanto lesive della venerazione per la causa del popolo basco.
Finché verso le due e mezza di notte non smise di piovere ed iniziò un concerto di musica folk-rock basco sotto casa nostra. Perdercelo pareva brutto, così ci fiondammo in strada per goderci lo spettacolo.

La musica era davvero trascinante, un basso che pompava sangue, un batterista al delirio, una chitarra country ed una fisarmonica erano la bizzarra base sulla quale spiccavano le voci infantili e sensuali delle due cantanti Alaitz e Maider, due tipe che proiettavano la loro musica al di fuori di qualunque forma di contesto musicale o temporale, una sovrapposizione di cartoni animati, ritmi metallari e polke che generava un innesto esplosivo sulla popolazione locale, eterogenea per abbigliamento ed età quasi quanto la musica che tentavano di ballare.
Alla fine del concerto andammo ovviamente a salutare il simpatico duetto, nonostante la barriera linguistica tutto stava filando liscio finché Gillette non se ne uscì con una frase tipo: "Qui tutti smack smack, noi from Italy nada?" e Maider (la ragazza della foto), capita l'antifona, per compassione ci stampò un bacio a tutti quanti e se ne tornò dietro il tendone. Poveri goldoni di Gillette, un'altra occasione mancata...

Rimanemmo per un po' dubbiosi se quel nome fosse la marca della bottiglia oppure una scritta che vi era stata stampata in un secondo tempo per decreto del ministero della sanità, ma la discussione fu interrotta dall'arrivo di due misteriosi recipienti trasparenti contenenti sostanze di un colore tra il giallognolo e l'arancione, che nelle intenzioni dei loro artefici avrebbero probabilmente dovuto contenere olio e aceto, ma che a un attento esame contenevano solo qualcosa di simile ad olio per motori. In ogni caso nessuno ebbe il coraggio di assaggiarlo, anche perché i recipienti erano talmente unti che era impossibile sollevarli.
Gillette continuava a fissare imperterrito la bottiglia Insalus, finché, con lo sguardo perso nel vuoto, sospirò e disse: "Sulla bottiglia c'è una colonia di batteri che sembra un'enorme Mirafiori!"
Mirtillo continuava a ripetere che quello era cibo basco, quindi venerazione, ma sarebbe presto stato costretto a cedere di fronte alla prova più dura che un destino anomalo quanto beffardo gli stava per porre di fronte: arrivarono i piatti.
In realtà la somiglianza con quanto avevamo ordinato andava ben oltre il possibile fraintendimento dovuto al disagio linguistico, si trattava di un accozzaglia di generi animali, vegetali e minerali che avrebbero steso un rinoceronte solo con lo sguardo.
Gillette iniziò a mangiare.
Sulla sinistra c'era dell'insalata biancastra e scondita, e tale sarebbe rimasta dal momento che nessuno osava cimentarsi con quella parvenza di olio e aceto, mentre sulla destra delle polpette vagamente somiglianti alle tortillas, ma dallo strano colorito verdognolo, suggerivano inquietanti ipotesi di straordinari contatti con altri mondi avvenuti in un altro tempo e in un altro spazio all' insaputa di noi comuni mortali. In centro delle uova di animale non meglio identificato, sicuramente vissuto parecchi secoli prima e ora probabilmente estinto, formavano un piacevole intreccio cromatico con quella che probabilmente sarebbe dovuta essere la paella, un agglomerato di strani resti che ben rendevano l'idea di chi ha provato a essere cucinato, ha lottato per questo, ha sfidato il destino e ha inesorabilmente perso.
In questo panorama deprimente il cane ci fissava con occhi languidi e pensosi, forse chiedendosi per quale motivo noi mangiavamo sugli stessi piatti sui quali lui deponeva mesto i dolci ricordi del suo travaglio interiore, o forse chiedendosi se non avrebbe mangiato meglio andando a razzolare tra i rifiuti della discarica comunale. Probabilmente giunse a questa conclusione, perché dopo poco tempo non lo vedemmo più.
Nel frattempo, l'inarrestabile compagno Gillette continuava ad addentrarsi nel piatto proibito come un provetto esploratore immerso in una jungla di piante carnivore a digiuno da tanto, troppo tempo.
Contammo fino a dieci per vedere se l'azione del composto era letale. Gillette, che non voleva perire da solo, tentava invano di fingere un'espressione soddisfatta, ma alla fine anche lui si arrese e il suo volto si scompose in una maschera di atroce e disperato ribrezzo.
Intanto la flora batterica dell'acqua Insalus continuava a proliferare ricca e densa come non mai, dimostrandosi ringalluzzita dai dolci aromi che salivano dai nostri piatti e dalla bocca di Gillette, dei quali era ormai diventato un portatore sano.
Tuttavia, quando anche lui diede segni di cedimento, facemmo che dichiararci soddisfatti e abbandonare seppure a malincuore il locale, sicuri che sarebbe rimasto per sempre nei nostri sogni, e portando con noi la bottiglia Insalus come degno souvenir.

Parcheggiammo la macchina lungo la costa, che ci accorgemmo essere alta una cinquantina di metri sopra il livello del mare.
L'unica via d'accesso alla spiaggia si rivelò essere una discesa ripida quanto interminabile formata da un numero di scalini tendente all'infinito, al fondo della quale spiccava l'assenza assoluta di spiaggia e la presenza di una gradinata di pietra e cemento che scendeva a picco sul mare. Unico lato positivo era la densità media di figa per scalino, che raggiungeva picchi da capogiro, e il fatto che quel mare di figa si ritrovasse nel punto più merdoso della costa era la prova tangibile che nell'universo la somma di bellezza più intelligenza è uguale ad una costante.
Rimanemmo un po' sugli scalini di quella che Gillette battezzò come Lido di Mirafiori, a contemplare Joco che cercava invano di surfare rischiando ogni volta di stamparsi contro la scalinata e gli scogli.
Poi, visto che si ostinava a rimanere vivo, decidemmo di salpare le ancore, schiodare il culo e partire.
Dopo una rapida capatina a Bayonne, dove Mirtillo acquistò in un supermercato una bottiglia di un liquore che si trova anche alla Crai, e un'altrettanto rapida cena in un fast food che Gillette condannò in quanto lavoro ottimizzato, quindi di destra, lasciammo definitivamente il sacro suolo basco, convinti dal nostro pilota a fare una tirata unica fino a Torino.

Un'alba stupenda salutò il nostro risveglio, così, con il sottofondo della nostra vecchia amica Radio Nostalgie, ci avviammo lentamente verso casa.
Una rapida occhiata al serbatoio ci fece notare che eravamo quasi senza benzina, ma Gillette ci disse che in Francia la benzina costava troppo e che tanto fino all'Italia sarebbe bastata: dopo una lieta sosta in un campo di grano nel quale Mirtillo si prodigò in una cagata mostruosa, arrivammo in val di Susa con il serbatoio tragicamente in rosso. Solo la fortuna mise sulla nostra strada un distributore Ip, che prosciugammo fino all'ultima goccia.
E questo ci permise di arrivare fino a casa e di mandarci tutti allegramente a cagare, sperando di non rivederci mai più se non affankulo.